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Dalle mura dei Messapi alle saline del confine

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Manduria Piazza Garibaldi panorama · foto Andrea Fistetto, CC BY-SA 3.0, Commons

Manduria · Sava · Maruggio · Avetrana · TA

Quattro comuni del Tarantino orientale, tutti compresi nella zona di produzione del Primitivo di Manduria secondo il disciplinare della DOC (testo letto in copia, con modifiche fino al 2014), e una città messapica al centro. È questo il filo, e conviene dirlo con onestà: l'archeologia, nelle fonti ufficiali, sta tutta a Manduria, dove il Ministero della Cultura scheda tre cinte di mura e una necropoli di oltre milleduecento tombe. Sava, Maruggio e Avetrana raccontano altro: feudi, un ordine cavalleresco, un frantoio scavato nella roccia, un confine che un documento locale descrive conteso per il sale. Il vino lega i luoghi come denominazione e come paesaggio di vigne, non come storia documentata paese per paese.

In breve

Durata. 4 giorni.

Il percorso

Giorno 1 — Manduria, le tre cerchie

Il Parco archeologico delle Mura Messapiche sta in piazza Scegnu, nella parte nord-orientale dell'abitato. La scheda del Ministero della Cultura vi descrive tre cinte murarie con due fossati tra le interne e un perimetro esterno di 3382 metri. Manduria, ricorda la stessa scheda, era un centro messapico che con Oria controllava il territorio e le vie verso Taranto. Il sito del Parco racconta gli assedi: Taranto, con Archidamo re di Sparta, assediò la città senza riuscirvi, e Archidamo morì sotto le mura nel 338 a.C.; per il Ministero la cinta esterna fu probabilmente costruita dopo quell'assedio. Poi vennero Annibale, che prese la città nel 212 a.C., e Quinto Fabio Massimo, che la riprese nel 209 portando via, scrive il Parco, 3.000 prigionieri. Nel Parco si vedono anche i resti della necropoli: oltre milleduecento tombe a fossa coperte da lastre di pietra, scavate da Nevio Degrassi tra il 1955 e il 1960. Il dettaglio da cercare è il Fonte Pliniano, che la scheda ministeriale mette in primo piano: una grotta di circa diciotto metri di diametro, raggiunta da una rampa scavata nella roccia, con un lucernario nella volta e, all'esterno, lo stemma civico, un mandorlo dentro un pozzo; il nome rimanda a Plinio il Vecchio e alla sua Naturalis Historia. Al margine nord-occidentale sorge la chiesetta di San Pietro Mandurino, con una cripta affrescata ricavata in una tomba antica; il sito del Parco la segnala chiusa per lavori di consolidamento. Gli orari di apertura del Parco sono da verificare: le fonti lette non concordano. Il giorno dopo si cercano i corredi di quelle tombe.

Giorno 2 — Manduria in città, poi Sava

La seconda mattina comincia in corso XX Settembre, nell'ex convento degli Agostiniani che ospita il Museo Archeologico «Manduria, Terra di Messapi»: secondo il sito del museo vi sono esposti i corredi funerari delle necropoli e i reperti delle aree dell'abitato, e le visite si prenotano. Dopo i Messapi la città ebbe una storia di contrazioni: la scheda ministeriale scrive che in età romana l'abitato si ridimensionò ma sopravvisse grazie alla via Sallentina, e che, distrutta nell'alto Medioevo, fu rifondata nell'XI secolo con il nome di Casalnuovo. Il portale italia.it cita la chiesa matrice e il palazzo Imperiali-Filotico, e ricorda che Plinio chiamava questa terra «viticulosa». Il Novecento ha due musei: il Museo Civico di via Omodei, inaugurato nel 2018 come memoria della presenza americana all'Aeroporto Militare di Manduria, con una mostra fotografica sull'accoglienza dei profughi trentini nella Grande Guerra; e la Casa Museo Elisa Springer, inaugurata di recente e dedicata alla scrittrice e testimone della Shoah, aperta in giornate straordinarie.

Nel pomeriggio si raggiunge Sava, che la scheda del Ministero lega alla diocesi di Oria. Il cuore è piazza San Giovanni, con la chiesa madre seicentesca di San Giovanni Battista, rimaneggiata nel Settecento, e l'ex Palazzo Baronale dei Prato, del XVI secolo, oggi sede del municipio; nel nucleo antico c'è anche la chiesa cinquecentesca di Mater Domini. Dal 1741 al 1794, ricorda la scheda, il feudo appartenne ai Gesuiti, e nell'Ottocento le strade furono raddrizzate. Nel frantoio semi-ipogeo del Palazzo Comunale, scavato nella roccia, ha sede il Museo dell'Olio: il sito del museo descrive tre macine verticali mosse da asini o muli, le presse «alla genovese» con la pasta d'olive nei fiscoli di corda e i canali verso le vasche dove l'olio si separava dalla morchia. Secondo Città dell'Olio era soprattutto olio lampante, esportato dal porto di Gallipoli per l'illuminazione. Si visita su prenotazione. Il giorno seguente si scende verso il mare.

Giorno 3 — Maruggio e le dune di Campomarino

Maruggio si annuncia con piazza del Popolo e con il Palazzo dei Commendatori, che la scheda del Ministero della Cultura chiama castello dei cavalieri di Malta e data al 1368, addossato alle antiche mura, di cui restano tratti visibili. L'edificio porta il segno dell'ordine che tenne il paese: per il FAI i Cavalieri di Malta vi restarono per circa cinque secoli. La scheda ministeriale registra il comune autonomo nel 1819. Il FAI segnala sulla facciata un trittico con lo stemma e le armi di un Gran Maestro. Il feudo, aggiunge il Ministero, passò anche sotto l'amministrazione del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo. Il centro, circa tre ettari di vie strette e tortuose, tiene la chiesa madre dedicata alla Natività di Maria Vergine e due palazzi, il Caniglia del Seicento e il Covelli-de Marco del Settecento; nel 1811, nota la scheda, il paese si chiamava ancora Maruggi. Il FAI lo colloca in una valle di uliveti e vigneti ai piedi delle Murge Tarantine, a circa due chilometri dallo Ionio. Sulla costa, nella sua pagina su Maruggio, il portale italia.it indica alte dune di sabbia e il Parco delle Dune di Campomarino, sito di interesse comunitario. Da quel litorale l'ultimo giorno va verso un confine.

Giorno 4 — Avetrana e Torre Colimena

Avetrana è, nelle parole di Città dell'Olio, «l'ultimo baluardo della provincia di Taranto», e qui il racconto si accorcia perché nessuna fonte ufficiale letta ne ricostruisce la storia. Il portale italia.it descrive vicoli stretti con case a corte e frantoi sotterranei per l'olio; restano anche i resti di un castello, il Torrione, la cui datazione cambia da fonte a fonte. Città dell'Olio fissa i primi dati certi al 1307. La festa principale, sempre per italia.it, è la processione di Sant'Antonio da Padova con carri carichi di grano e figuranti, chiusa da una danza dei cavalli. Secondo un documento di autore non indicato, ospitato sulla piattaforma dei siti comunali di Avetrana, il paese non ha costa; lo stesso documento cita un manoscritto del 1678 sulle «Reggie Saline di Avetrana» e ricostruisce una lunga contesa con Manduria su torre e saline, con documenti discordanti già nel 1582. A circa cinque chilometri a sud, sempre secondo quel documento, si trova Torre Colimena. Sull'appartenenza le fonti non concordano: italia.it la dà oggi come località del comune di Manduria; il documento di Avetrana sostiene che torre e saline ricadessero storicamente in territorio di Avetrana. Il portale italia.it attribuisce la torre costiera a Carlo V e descrive la vicina Palude del Conte, separata dal mare da un cordone di dune e sosta di uccelli migratori. Città dell'Olio ricorda che nel 1547 truppe turche sbarcarono proprio a Torre Columena. Il viaggio, nella nostra proposta, finisce qui, sulla linea dove ci si contendeva il sale.

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