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Dalle botteghe nella roccia alla fontana del vino

TA4 comunibozza
Castello Episcopio Grottaglie 1 · foto Andrea traversa, CC BY-SA 4.0, Commons

Grottaglie · Montemesola · Monteiasi · Carosino · TA

Quattro comuni della provincia di Taranto e un tema che regge solo a metà. La ceramica, nelle fonti lette, appartiene a Grottaglie: la scheda del Ministero della Cultura vi registra un quartiere di fabbriche con giare e anfore accatastate dal Cinquecento in avanti, ed è lì che il viaggio si ferma più a lungo. La campagna lega gli altri luoghi in modo più sobrio: l'enciclopedia sapere.it associa Grottaglie e Montemesola all'uva da vino dell'aleatico di Puglia DOC, a Montemesola il Ministero descrive case con uno scantinato oggi usato come cantina, a Carosino il FAI racconta una fontana che a fine estate versa vino. Monteiasi, invece, resta quasi muto.

In breve

Durata. 3 giorni.

Il percorso

Giorno 1 — Grottaglie, il castello e il quartiere delle ceramiche

Il primo giorno si apre davanti al Castello Episcopio, in largo Maria Immacolata. Il nome dice di chi era: la scheda del Ministero della Cultura lo descrive nato come residenza di campagna dei vescovi tarantini e poi inglobato nella cinta muraria, nei lavori promossi dall'arcivescovo Giacomo d'Atri. Secondo la stessa scheda gli abitanti dei casali vicini si erano rifugiati nelle grotte per sfuggire a goti e saraceni; Grottaglie, con i casali di Salete e Misucuro, passò poi alla mensa arcivescovile di Taranto, e sotto gli Angioini i casali intorno si strinsero al centro per sicurezza. Delle mura restano pochi tratti accanto al castello, e una delle tre porte registrate, a est, si chiamava Porta San Giorgio o Porta Castello. Il portale italia.it descrive una fortezza a pianta rettangolare con una torre merlata di tre piani, oggi della Diocesi di Taranto e concessa al Comune, e vi colloca il Museo della Ceramica, aperto il 22 dicembre 1999, con opere dall'VIII secolo a.C. a oggi; una scheda di provenienza non verificata scrive che dal 2017 «la mostra» è ospitata nell'antico convento dei Cappuccini, senza chiarire se si tratti del museo: la sede va controllata prima di partire.

Il quartiere che la scheda ministeriale chiama «li cammen're», cioè «i camini» secondo sapere.it, corre lungo la gravina San Giorgio secondo italia.it, e lì giare e anfore si accatastano dal Cinquecento. Il dettaglio da cercare sta sotto il piano della strada: italia.it e Finestre sull'Arte descrivono botteghe e forni ricavati in ambienti scavati nella roccia che erano stati frantoi, e sapere.it lega la tradizione alla buona argilla del luogo, annotando che alcuni artigiani lavorano ancora nelle grotte. Nel 2021, scriveva la testata, le botteghe riaperte erano più di cinquanta. Il giorno dopo si passa dalle botteghe alle chiese.

Giorno 2 — Grottaglie, chiese e gravine; poi Montemesola

La mattina comincia dalla chiesa madre di San Ciro, che la scheda ministeriale e sapere.it riportano ai secoli XI-XII; l'enciclopedia ne descrive il portale romanico-pugliese e, all'interno, la cappella del Rosario del 1709, decorata in forme barocche. Gli ordini religiosi segnano un'altra fase: il Ministero data al 1520 l'arrivo dei Carmelitani, al 1536 quello dei Minimi e a pochi anni dopo quello dei Cappuccini, quando il paese cresceva ancora dentro le mura. Nella chiesa del Carmine, concordano sapere.it e Wikipedia, si conserva un presepe in pietra di Stefano da Putignano datato 1530. Fuori dall'abitato il terreno si apre: la scheda ministeriale parla di gravine e grotte carsiche.

Nel pomeriggio, Montemesola, che la scheda del Ministero colloca su una collina delle Murge sud-orientali, a circa 180 metri. Il disegno del paese ha un autore: il marchese Andrea Saraceno fece demolire le abitazioni fatiscenti e creò le vie e le piazze attuali. Dal Palazzo Marchesale partono le vie principali, chiuse dalle porte di San Gennaro e di San Francesco de Paola; delle porte urbiche ne restano tre su quattro, San Martino a nord, San Gennaro a ovest, San Francesco de Paola a est. Prima ci fu un abbandono: il feudo è attestato dal 1320, nel Quattrocento ebbe mura e castello, e secondo sapere.it fu lasciato per le incursioni turche e poi ripopolato da albanesi, che anche il Ministero indica come abitanti del centro. Il dettaglio è nelle case: la scheda descrive abitazioni di impianto agricolo con uno scantinato che in origine ricoverava il bestiame e oggi fa da cantina. Il FAI segnala nella Gravina di Montemesola tracce di frequentazione umana dal Neolitico alla prima metà del Novecento e una cascata che si forma nei periodi piovosi. Il giorno seguente porta agli ultimi due paesi.

Giorno 3 — Monteiasi e Carosino

Monteiasi riceve poche righe, perché le fonti lette non vi documentano né chiese né palazzi visitabili. Resta un ritratto amministrativo: l'inventario della Prefettura conservato all'Archivio di Stato di Taranto elenca, tra le altre, pratiche sulla strada d'accesso alla stazione dal 1909 e sull'acqua potabile negli anni Venti: nella nostra lettura, segni del Novecento del paese. Wikipedia segnala a ovest dell'abitato la masseria Palummara, con un complesso archeologico dal Neolitico alla conquista romana: un dato da riverificare.

Carosino, per la scheda ministeriale, è un centro di pianura in cui del nucleo antico resta il Castello d'Ayala, da cui parte una piazza quadrangolare con strade a raggiera; il palazzo ducale è oggi di proprietà comunale. Secondo il Ministero il feudatario Raimondo De Noha si alleò con gli Orsini di Taranto nella rivolta del 1462 contro il Re di Napoli, e nel Quattrocento le armate albanesi di Skanderbeg rasero al suolo il casale. Ministero e FAI concordano sulla prima citazione nei registri angioini, nel 1348, e il FAI ricorda un tesoretto di 76 monete d'argento trovato nel 1904; il FAI ricorda anche che nel 1875 i Marulli vendettero le loro terre, insieme al Palazzo Ducale, a Roberto d'Ayala Valva. Nel 1885, riferisce la scheda ministeriale, G. Arditi contava qui cinque mulini e 418 case. La parrocchia data al 1763 l'ampliamento che diede alla Chiesa Madre l'aspetto attuale, con l'altare maggiore spostato da est a sud, e ricorda la bolla di Pio X del 12 agosto 1908 sul patronato di San Biagio. Il viaggio, nella nostra proposta, finisce nella piazza intitolata a Vittorio Emanuele III, davanti alla Fontana del Vino: per il FAI fu inaugurata nel dicembre 1894 con l'acqua della sorgente Pozzo Buono, ha quattro rubinetti a pressione e, dai primi anni Sessanta, durante la Sagra del Vino versa vino al posto dell'acqua.

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