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Dove si pregava in greco

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Martano - old town · foto Freddyballo, CC BY-SA 3.0, Commons

Calimera · Martano · Martignano · Sternatia · Zollino · LE

Cinque paesi della Grecìa Salentina, tutti in provincia di Lecce e tutti nell'Unione dei comuni che porta quel nome e ha sede a Calimera. Il filo è una lingua e un rito. Secondo l'Unione, religiosi greci arrivarono qui in età bizantina, il clero greco resistette poi solo in pochi centri, e il griko, «lingua ellenofona» trasmessa «solo oralmente», si parla ancora in alcuni paesi. Va detto con onestà che le fonti lette raccontano bene questa storia a Martignano, Sternatia e Zollino, mentre su Calimera e Martano sono scarse: il sito del Comune di Calimera non si è potuto aprire, quello di Martano non ha pagine storiche. Il raggruppamento dei cinque paesi è una nostra scelta. È un viaggio per chi ama i paesi piccoli e le tracce di una lingua conservata a voce.

In breve

Durata. 4 giorni.

Il percorso

Giorno 1 — Calimera e Martano

Si comincia da una pietra venuta da lontano: una stele funeraria in marmo del IV secolo a.C. che, secondo l'Unione dei comuni, la città di Atene donò a Calimera nel 1960; italia.it lo presenta come testimonianza della comune stirpe. Per l'Unione il paese rimase «completamente ellenofono» fino a tutto l'Ottocento, e Calimera è tra i pochi centri, con Otranto, Gallipoli e Nardò, in cui, secondo i cenni storici dell'Unione, il clero greco restò poi attivo. Sulle origini la scheda non sceglie tra colonizzazione bizantina e radici magnogreche; in periferia indica la Pietra di San Vito, neolitica. Il dettaglio singolare è un soprannome: dai boschi si ricavava carbone, e gli abitanti erano detti «Carbonari». In paese ci sono la Casa-museo della Civiltà contadina e della Cultura grika, in via Costantini 52 secondo il portale italia.it, e il Museo di Storia Naturale del Salento, che per l'Unione è anche osservatorio faunistico della Provincia per le tartarughe marine e altri animali in difficoltà. Di chiese, feudatari e feste le fonti lette non dicono nulla.

Calimera e Martano stanno, per l'Unione, sulla Via Traiana Calabra, che collegava Brindisi, Lecce e Otranto; a Martano la strada incrociava l'asse Otranto-Galatina-Gallipoli, e un suo tratto è riemerso durante i lavori della piazza accanto al castello. La scheda del Ministero della Cultura legge il centro storico come un nucleo di pianta ellittica, chiuso da mura, fossato, torri e un castello, che nel Seicento si allargò per la «forte crescita demografica». Fuori dall'abitato l'Unione indica la Specchia dei Mori, megalitica, e a 3 km un insediamento rurale bizantino-angioino, scavato dal 1997 e diventato parco archeologico; verso Borgagne il monastero di Santa Maria della Consolazione, dove i cistercensi stanno dal 1926 per un lascito del barone Angelo Comi e del cavaliere Cosimo Marcucci; nel monastero si produce l'amaro «San Bernardo». Dal 2017 Martano si presenta come «città dell'Aloe». Il resto, nelle fonti lette, manca. La stessa strada porta a Martignano.

Giorno 2 — Martignano

Anche Martignano, scrive l'Unione, sorge a un incrocio, tra la Traiana Calabra e la strada Roca Vecchia-Nardò, e la scheda ministeriale ne descrive l'abitato «di forma ovoidale», raccolto lungo via Chiesa. Il Comune racconta che nei secoli IX e X greco-bizantini e monaci basiliani popolarono o ripopolarono il territorio coltivandolo, e che il rito greco, ancora officiato nel Seicento, «cominciò ad essere abbandonato» verso la metà del secolo: con l'arciprete Francesco Giannuzzo, eletto nel 1650, si apre la serie ininterrotta degli arcipreti di rito latino. Il nome griko, Martignàna, è rimasto. I primi documenti sono angioini, della seconda metà del Duecento, quando Martignano e Sternatia furono date insieme in feudo a Simone Belvedere, sposo di una figlia di re Carlo I; dal Cinquecento si succedettero Pignatelli, Palmieri, Pisanelli e Granafei. Qui nacque, il 5 maggio 1721, Giuseppe Palmieri, che dal 1791 diresse il Supremo Consiglio delle Finanze e scrisse, tra l'altro, Della ricchezza nazionale (1792). Su piazza Palmieri la cappella di San Giovanni Battista è interamente affrescata con due cicli, la vita del Battista e Cristo con apostoli e discepoli; Santa Maria dei Martiri, della prima metà del Cinquecento per l'Unione, conserva altari barocchi e la tela di San Pantaleo di Pasquale Grassi.

Il santo dà nome anche all'acqua. Nella parte bassa del paese, dove la pioggia ristagna, le pozzelle comunali dette pozzi di San Pantaleo hanno garantito l'approvvigionamento per secoli. Il 26 luglio la statua di cartapesta esce ornata di ori e denaro; il Comune ricorda una reliquia del sangue giunta da Ravello nel 1763 e i pellegrini, soprattutto da Nardò, che al santo legavano la guarigione dalla malaria. Il 16 novembre si accende la «focara» in ricordo dell'uragano del 1718. Tra il 1808 e il 1832 Martignano fu aggregata a Sternatia, la tappa successiva.

Giorno 3 — Sternatia

Il campanile della Chiesa Madre si vede, scrive l'Unione, «da chilometri di distanza»: quattro ordini quadrati e un ultimo ottagonale con cupola maiolicata, ultimato nel 1790 accanto alla chiesa di Maria Santissima Assunta, rifatta all'inizio del Settecento al posto di una più piccola. In griko Sternatia si chiama Chóra, e l'Unione la dice in epoca bizantina uno dei centri principali dell'area ellenofona, con mura, castello e torrioni; ricorda anche l'abbazia basiliana di San Zaccaria, dove si copiavano libri, senza darne le date. Sui resti di un castello bizantino, accanto alla Chiesa Madre, sorge Palazzo Granafei, barocco, della prima metà del Settecento, con affreschi rococò di soggetto mitologico al primo piano: il nome è lo stesso di una delle famiglie feudatarie di Martignano. Il complesso dei Domenicani fu fondato tra il 1491 e il 1513; l'edificio attuale della chiesa, intitolata a Santa Maria di Tricase, è del 1709, e il chiostro quadrangolare del convento ospita oggi il municipio. Il portale italia.it aggiunge che nel 1480, durante l'assedio turco di Otranto, il paese fu quartier generale delle milizie di Alfonso d'Aragona, futuro re di Napoli; e ricorda un frantoio ipogeo del Quattrocento dove i «trappitari» lavoravano per mesi senza risalire. Da un paese che ospitò un esercito a uno che ospitò una scuola.

Giorno 4 — Zollino

L'ultimo giorno si apre su due meridiane, che il Comune segnala con un'iscrizione latina sui muri esterni della chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Secondo l'Unione la chiesa era di origine bizantino-greca e fu ricostruita a croce latina all'inizio del Seicento. Zollino, in griko Tsuḍḍinu, ebbe alla fine del Quattrocento una scuola di greco: il Comune racconta che Sergio Stiso, prete di rito greco e umanista formato alla biblioteca di San Nicola di Casole, vi tenne scuola e un centro di copia, e che nel 1491 lo visitò Giano Lascaris, inviato da Lorenzo de' Medici, commissionando trascrizioni oggi alla Biblioteca Laurenziana. In griko scrisse anche un poeta, Domenicano Tondi, autore di «Glossa. La lingua greca del Salento» (1935). L'acqua, come a Martignano, veniva dalle pozzelle, in griko ta Frèata, forse settecentesche: pozzi profondi da 3 a 7 metri, con coperture in pietra a secco simili a trulli e nomi propri come lipuneddha o scordari; via Chiga si chiamava via Pozzi.

Tra Zollino e Martano, del casale scomparso di Apigliano resta la chiesetta di San Lorenzo, «A Laurenti» in griko, ricostruita nel 1582 con un'iscrizione greca e tracce di affreschi; l'abbandono la tradizione popolare lo attribuisce alle vipere, e il Comune la presenta appunto come tradizione. Tra i prodotti agroalimentari tradizionali il Comune elenca il pisello nano, la fava di Zollino e le sceblasti. Il viaggio, nella nostra proposta, si chiude qui.

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